
Indosso vestiti, quelli miei più comodi, che userei in
giorni di sole e ho l'età di oggi.
Mi trovo a correre, con quella leggerezza nelle gambe che
hanno i bambini, quando giocano, come se quella fosse l’ultima volta che giocheranno,
totalizzanti nel loro gioco definitivo. Io sto giocando a nascondino con la mia
storica insopportabile collega di lavoro e con mio cugino, quello che è partito
per l'Australia, quello che non vedo da almeno dieci anni, quel tipo di
personaggi che tutti hanno depositato in uno dei meandri della propria memoria
e del proprio armadio (uno scheletro, appunto!).
Insieme noi tre facciamo quello che, apparentemente, sembra un gioco e che consiste
nel correre all'interno di un edificio vecchio e fatiscente, con le luci gialle
e i mattoni rossi a terra e ci spingiamo sempre più all'interno.
In questo luogo scopriamo che ci sono alcune persone sofferenti, maltrattate e torturate, che giacciono a terra, che si lamentano.
Ogni volta che ne vediamo una, che sentiamo le sue grida e che la vediamo contorcersi, cominciamo ad urlare anche noi e corriamo cercando l'uscita, immediatamente consci del pericolo che stiamo correndo.
Fuori dall'edificio, recintato, si trova una villetta comunale con l’atmosfera confortante di alberi, un bar, gli anziani che giocano a carte, la gente che cammina con le buste della spesa, i bambini in bicicletta.
In questo luogo scopriamo che ci sono alcune persone sofferenti, maltrattate e torturate, che giacciono a terra, che si lamentano.
Ogni volta che ne vediamo una, che sentiamo le sue grida e che la vediamo contorcersi, cominciamo ad urlare anche noi e corriamo cercando l'uscita, immediatamente consci del pericolo che stiamo correndo.
Fuori dall'edificio, recintato, si trova una villetta comunale con l’atmosfera confortante di alberi, un bar, gli anziani che giocano a carte, la gente che cammina con le buste della spesa, i bambini in bicicletta.
Questo entrare e uscire dall'edificio diventa un gioco
sempre più frequente, non facciamo altro che compulsivamente entrare e uscire
da questo posto, alla ricerca dell'orrore. Vogliamo vederlo fortemente per
esserne spaventati e correre subito via. Ogni volta sentiamo urla o pericoli, corriamo
via sempre più veloci. Ad essere onesti, non so se ho visto molte persone
sofferenti o se ho vissuto molto di più la paura di vederle e poi spinta da
quella, fuggivo via.
Durante la notte e il sogno aumentavano ad ogni uscita dall’edificio, ad ogni corsa, che diventava sempre più faticosa, con le gambe che si facevano sempre più pesanti.
Durante la notte e il sogno aumentavano ad ogni uscita dall’edificio, ad ogni corsa, che diventava sempre più faticosa, con le gambe che si facevano sempre più pesanti.
Ancora una corsa nell'edificio e ad un certo punto, dal
fondo del corridoio, ci corrono incontro, aggressivi, tanti tanti ragazzi in
gruppo, forse i custodi, con i capelli lunghi, le barbe e le tute blu, come
quelle che indossano i meccanici o gli operai.
Noi tre schizziamo fuori. Sento che le gambe non ce la
fanno. Pesano. Ragioniamo sul fatto che non possiamo tornare nelle nostre case
perché lì ci scoprirebbero e allora decidiamo di separarci per cercare ognuno
il proprio nascondiglio.
Sono rimasta da sola, la villetta è silenziosa e per quanto
io faccia, il mio nascondiglio non diventa mai abbastanza sicuro, in un bar,
dietro una macchina, sopra un albero, so che quei custodi mi troveranno, e mi
tortureranno. In preda all'ansia mi spavento e mi sveglio. Il respiro è
affannoso, intorno a me continuo a vedere i custodi che mi cercano, hanno
espressioni cattive e io non ho rifugio e ho freddo.
Finisce il sogno e, come quando si stacca immediatamente la spina,
tutto si spegne, le immagini vanno via e a poco a poco comincio a pensare che
sono al sicuro, a casa, nel mio letto, non corro pericoli e se allungo una mano
c'è lui, Co-Dreamer che mi abbraccerà!
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